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domenica 26 dicembre 2021

New York Knicks - Atlanta Hawks (25-12-2021)

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 E' arrivato il giorno che aspettavo almeno da una quarantina d'anni, da quando hanno trasmesso in Italia le prime partite NBA. Forse anche da prima, da quando ne sentivo parlare per il pugilato. Per la prima volta, entrerò al Madison Square Garden.

Arrivo a piedi, prima delle 11 (la partita è alle 12). Il palazzo è coperto da un cantiere: mi chiedo dove sia l'entrata, ma seguo il flusso. Passati sotto le impalcature, si vede l'ingresso del palazzo e la scritta "Madison Square Garden": l'emozione nel vederla è grande, paragonabile solo a quella che ho provato davanti alle scritte "Porte des Mosquietiers" al Roland Garros e "Letzigrund Stadion" (nel 2014, devo ancora raccontarla). Poco prima dell'ingresso c'è il primo controllo: mi preparo a mostrare il biglietto, invece vogliono vedere il certificato di vaccinazione e un documento. Dopo l'ingresso c'è un controllo al metal detector, con corsia preferenziale per chi non ha borse: noi abbiamo una borsa in quattro, ma preferiamo restare insieme.








Dopo il controllo, si entra in un foyer che mi ricorda più un teatro che un impianto sportivo. Sulla destra c'è lo store: vendono anche maglie storiche, della squadra campione 1969-70. Penso di comprare quella di Bill Bradley, ma il prezzo mi sembra un po' eccessivo ($160). Ci sono indicazioni per le tribune su entrambi i lati ed entrambe sono per "tutti i settori": scegliamo quella che, guardando la piantina nell'atrio, sembra la più vicina al nostro (e lo sarà). 

Si arriva al controllo biglietti, che un po' mi preoccupava, avendo quattro biglietti su un solo cellulare (per trasferirli ci vuole l'app, che è scaricabile solo su cellulari americani). Invece, una volta capito, con l'aiuto dell'addetto, dove farli leggere, va tutto liscio. Si sale con le scale mobili, altra cosa che da noi è ancora fantascienza: mentre salgo penso a come doveva essere ai tempi degli incontri di Carnera, o di La Motta (comunque, era un altro palazzo: quello attuale fu costruito nel 1968). Siamo al secondo anello: andando verso l'ingresso, si vedono da un lato una serie continua di bagni, dall'altro stand gastronomici, tra cui uno di "arancini" (non vorrei chiamarli così, date le mie ascendenze palermitane, ma così c'era scritto).

Entrare nel recinto è un'altra emozione che per un po' mi toglie il fiato. Sono le 11,15 e c'è poca gente, che rimarrà poca fino a pochi minuti dall'inizio: 20 minuti prima ci sono ancora almeno 20 posti liberi sulla mia destra tanto che penso che abbiano fatto come in Italia, esagerando coi prezzi (i miei biglietti costavano quasi $200 l'uno, ed erano tra i più economici rimasti!) per ritrovarsi lo stadio vuoto. Invece poi si riempirà, anche se rimarranno parecchi vuoti, soprattutto nel primo anello. Verso la fine annunceranno il tutto esaurito: si vede che gli assenti erano tutti abbonati.








Il riscaldamento ufficiale comincia verso le 11,40, entrano prima i Knicks, che erano già stati ripresi nello spogliatoio, poi gli Hawks, accolti da fischi (intesi come "buu"). Devo dire che mi aspettavo un po' più di sportività dal pubblico di New York: arriveranno anche a fischiare un giocatore avversario a terra. Alle 12 si parte con gli auguri di Natale (nel basket USA l'orario di inizio indica ancora l'inizio del cerimoniale, non del gioco), poi l'inno: ai lati scorre il testo, così lo posso imparare anch'io. Quasi nessuno lo canta, anche perché è difficile seguire il cantante, che ha tempi tutti suoi.

Si parte: avvio mostruoso dei Knicks, che si portano sul 16-3 e sbaglieranno il primo tiro dal campo dopo più di 4'30". Brilla in particolare Randle, ma con l'assenza di Gallinari per il Covid, tutti i giocatori per me erano degli sconosciuti fino a pochi giorni fa, quando ho cominciato a documentarmi. Poi le percentuali calano e gli Hawks si avvicinano fino a 5 punti, che torneranno 10 alla fine del primo tempo (61-51). Alla fine del primo quarto c'è un gioco che ufficialmente era un quiz in cui si guadagnavano degli indizi realizzando dei tiri liberi, ma in realtà era un pretesto per fare una proposta di matrimonio. Nel secondo quarto in un timeout, c'è un quiz cestistico: l'ultima domanda è "chi detiene il record dei punti segnati in una partita di Natale?" La risposta è Bernard King (con 60, nel 1984), che si presenta in campo. Ricordo bene quella partita, allora il basket era lo sport che seguivo di più (all'epocai giocatori li avrei conosciuti tutti).





Nell'intervallo rimango al mio posto per seguire lo spettacolo: sono gli "Slamming' Santas". Come dice il nome, sono dei giocatori che schiacciano (con un tappeto elastico) vestiti da Babbo Natale: divertente. A metà del terzo quarto, dopo che gli Hawks si erano portati a 6 punti (65-59). i Knicks prendono il largo, fino a 20 punti, e la partita non ha più storia. Alla fine del terzo quarto mi allontano per togliermi una ginocchiera, che mi dava fastidio (la posizione non era molto comoda) e mi perdo i primi due minuti del quarto, ma ne potevo fare a meno. L'unico evento del quarto quarto sarà il raggiungimento del "trplo doppio" da parte di Kemba Walker. Nonostante il distacco enorme, si aspetteranno gli ultimi 2 minuti per far entrare le ultime riserve. Finisce 101-87.

All'usicta c'è solo un po' di ressa all'inizio, poi si scende (a piedi) in modo ordinato.. Mi allontano a piedi: stavolta non ho il problema della folla sui mezzi.

mercoledì 13 febbraio 2019

McDonald's Open di basket (1989)

L'NBA va verso l'All Star Game. Adesso ha persino un canale TV dedicato: se ci fosse stato quand'ero ragazzo l'avrei guardato dalla mattina alla sera, adesso lo utilizzerò molto poco. Ho visto dal vivo due partite tra squadre NBA: Phoenix Suns-New Jersey Nets a Milano negli anni '80 e Brooklyn Nets-Toronto Raptors a New York nel 2015. Stavolta però non intendo parlare di queste, ma di un torneo tra una squadra NBA e tre europee, nel 1989.

Il torneo era co-organizzato da NBA e FIBA e sponsorizzato da McDonald's. Era un quadrangolare tra Denver Nuggets, Jugoplastika Spalato e altre due squadre che ho verificato essere Barcellona e Olimpia Milano (lo ammetto, stavolta ho violato la regola che mi sono dato quando ho cominciato a scrivere, quella di basarmi solo sulla mia memoria senza verificare).  Si svolgeva a Roma, città che visitavo per la prima volta, non immaginando minimamente che otto anni dopo ci sarei andato a vivere. In quell'occasione vidi anche il Papa, per la prima e tuttora unica volta.

Arrivato al Palaeur (oggi Palalottomatica) notai subito la differenza col Palasport di San Siro, che ricordavo bene: pur essendo anche più grande, si vedeva molto meglio, non essendoci la pista di ciclismo. Il mio posto era, mi sembra, nel secondo dei tre anelli, vicino a un canestro. Poche file davanti vidi lui, Julius Erving, il mitico Doctor J, in abito da sera, in qualità di ospite d'onore (si era ritirato due anni prima).

Scesero in campo i Denver Nuggets: si videro delle belle giocato, ma fu un po' deludente, perché i titolari (le stelle erano English e Davis) rimasero in campo poco e pe la maggior parte del tempo si videro giocatori mai sentiti, che comunque si impegnarono molto, essendo in lotta per il posto in squadra. Poi però arrivo la seconda partita, quella della Jugoplastika, e lì rimasi incantato, soprattutto da Radja e Kukoc, ma anche dal resto della squadra. Anche il pubblico li incitò più degli americani. Allora per noi erano tutti giocatori jugoslavi, poi dovemmo imparare dolorosamente, che Radja e Kukoc erano croati, il centro Savic bosniaco (e serbo di etnia), altri serbi.

Due giorni dopo ci fu la finale: doveva essere una partita scontata, allora era impensabile che una squadra europea, per di più senza americani, potesse battere una squadra NBA. Qualche anno prima avevo visto una squadra mista di giocatori NBA di medio livello (a parte la stella Moses Malone) dare 19 punti all'Olimpia Milano, allora sponsorizzata Billy. Invece la Jugoplastika rimase in partita fino a 2-3 minuti dalla fine, a tratti andò addirittura in vantaggio. Si sentiva l'urlo assordante "Ju-go-pla-sti-ka, Ju-go-pla-sti-ka". Non avrei mai pensato di sentire un pubblico italiano scaldarsi così tanto per una squadra straniera: qualcosa di simile si vide l'anno dopo, ai mondiali di calcio, per il Camerun. I dalmati pagarono anche sa panchina più corta rispetto ai Nuggets: su 40 minuti, invece di 48, potendo tenere Radja e Kukoc sempre in campo, magari avrebbero vinto.

Quella squadra fantastica dominò in Europa ancora per un paio d'anni. E poi arrivò la guerra, che tutti i sogni porta via…


domenica 26 marzo 2017

Io e il Palasport di San Siro (1976-1985)

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Rieccomi. Qualche giorno fa, mentre mi chiedevo da dove cominciare per raccontare le mie memorie, ho letto delle commemorazioni degli Europei indoor di atletica a Milano. Ho deciso quindi di raccontare delle mie esperienze di bambino e adolescente al palasport di San Siro.

Il palasport di San Siro fu inaugurato nel 1976 e fu accolto con grande meraviglia, anche da chi aveva un po' di più dei miei 8 anni. Solo qualche montanaro faceva notare che avrebbe potuto avere qualche problema in caso di neve (lo raccontò Aldo Giordani). Una delle prime manifestazioni che vi si svolsero fu "Giochi senza frontiere". Mi sarebbe tanto piaciuto andare a vederli, ma a casa mi presero per pazzo: mia madre mi disse "non ci andremmo neanche se abitassimo di fronte al palasport". Dissero che era un evento (anche se quella parola allora non si usava) per la TV, cosa indubbiamente vera, solo che il pubblico dal vivo c'era, e quindi ci saranno pur stati dei biglietti in vendita.

Non ricordo quale fu a prima occasione in cui ci andai davvero. Gli sport che andavo a vedere lì erano tre: atletica, ciclismo e basket. Ogni anno vi si disputava anche un torneo di tennis, ma quello non ero mai andato a vederlo: ci sarei andato più tardi, negli anni '90, quando si disputava al Forum i Assago. Per l'atletica mi ricordo le due edizioni degli Europei, che ho saputo recentemente essere state nel 1978 e nel 1982. Della prima mi ricordo soprattutto l'alto femminile, col duello tra la Simeoni e la tedesca occidentale Holzapfel (non c'era la tedesca orientale Ackermann). All'epoca si saltava in silenzio, non c'erano gli applausi ritmati, ma ci facevamo sempre riconoscere: lo speaker dovette invitare a non disturbare la tedesca. Ricordo anche Mennea, che mi sembrava fosse sui 200, invece ho letto che era sui 400, i 200 all'epoca non c'erano neanche. Poi l'asta (ovviamente maschile, all'epoca c'era solo quella) con 4 a 5,45 e 12 tentativi falliti a 5,50, con vittoria del campione olimpico Sluzarski. Ricordo anche la premiazione dell'alto maschile, svoltosi il giorno prima, con l'allora diciannovenne Yashenko, anche lui, come il palasport, destinato a una brutta fine (già, dei campioni che ho nominato la sola Simeoni è ancora viva). Del 1982 ricordo soprattutto le due gare dell'alto, entrambe con 3 atleti a tentare il mondiale. tra gli uomini vinse uno svizzero a 2,34 (il mondiale era 2,35), tra le donne non ricordo.

Per il ciclismo andavo a vedere tutti gli anni la Sei Giorni di Milano, a volte anche due volte in una stagione. Una volta rinunciai anche alla partita a San Siro (dove mio padre andò regolarmente) per lei. Vidi sia Moser che Saronni (mio padre tifava per il primo, io per il secondo), ma non nello stesso anno.

Per il basket vedevo soprattutto le sfide Miano-Cantù, con mia padre che tifava per la prima, io per la seconda. Mi sono rimaste in mente 4 partite: le prime due sono quelle dei playoff 1981, entrambe vinte da Cantù, la prima di 2, la seconda di 1 dopo 2 supplementari. Era un playoff 2 su 3: in mezzo c'era stata la vittoria di Milano a Cantù. La Squibb Cantù arrivò così in finale contro Bologna e vinse: io provai ad andare a vederla, ma non trovai biglietti. Della terza in realtà non ricordo niente, ma ricordo bene quello che avvenne subito prima. Le partite si disputavano subito dopo quelle di calcio (l'impianto era di fronte allo stadio): quel giorno a san Siro c'era Inter-Napoli. Per arrivare in tempo cominciammo a uscire verso il 40° del secondo tempo, con l'Inter sul 2-0. Sulle scale sentimmo del 2-1, arrivati al palasport apprendemmo che il Napoli aveva pareggiato. Quella partita rimase famosa anche perché fu anche l'ultimo servizio di Beppe Viola, il mio giornalista sportivo preferito: dopo aver chiesto se il migliore il campo era stato San Gennaro ebbe un ictus e morì. L'ultima partita fu anche l'ultima volta che andai al palasport: era il novembre del 1984. Ricordo Riva che fece 10 su 17 da 3 (oggi non sarebbe niente di eccezionale, ma allora, primo anno del tiro da 3 punti, lo era), Cantù rimase a lungo in testa, ma alla fine perse.

Pensavo che sarei tornato per la Sei Giorni del 1985 e pregustavo anche il meeting di atletica in programma per il marzo successivo, ma non avvenne niente di tutto questo: nel gennaio 1985 la neve fece crollare il tetto. Da subito si parlò di anni per ripararlo, poi ci furono intoppi burocratici e alla fine l'impianto fu abbattuto. A lungo da San Siro si vide il buco, adesso credo ci siano delle torri di uffici.